Una storia senza senso di ordinaria bizzarria.

Come già da titolo e come si deve tenere fede a un blog che ha come soggetto il bizzarro, voglio raccontarvi una storia di ordinaria bizzarria odierna.
Una di quelle storie senza capo nè coda, che non vogliono dire nulla, per l’occhio inesperto che non sa dove andare a guardare il particolare, ma che non vogliono altresì dire nulla anche all’occhio clinico di chi è abituato a masticare tabacco arrotolato “ora” per poi sputarlo come nel più classico copione di una partita di scacchi a cielo aperto sotto il caldo autunno rossastro di New York.
Insomma, una di quelle storie per molto ma non per tutti, come diceva al tempo un famoso slogan pubblicitario.

Di fatto si tratta di uno di quegli eventi che capitano una volta ogni quarantaquattro gatti in fila per tre con resto di due, anche se in generale le facce allineate lasciano pensare di più a una sorta di coda di papere che cercano di attraversare il fosso.
Volendo ben vedere, quello che è contemplato come congiunzione cosmica astrale unica ed irripetibile nel suo genere, non è altro che la formula matematica sbagliata che ti consente di riconoscere di fatto un errore come genesi di serie infinite di perfezioni aritmetiche contate su numeri casuali spesso sbagliati.
Lo so che appare ancora tutto fumoso, ma se avete la pazienza di seguire il discorso, anche voi capirete di cosa stiamo parlando.
“ERA il maggio odoroso, e tu solei così menare il giorno.” Se fosse stato un arrampicatore sociale, Eugenio avrebbe usato queste parole per dichiararsi ad Antonia, sua antica rivale olezzosa.
Ma era solo un semplice garzone di bottega ancor quando nel paesello sperduto nel castagneto di cipressi, di lavoro non se ne trovava alcunchè.
Per questo aveva quindi deciso di ricorrere ad uno stratagemma astuto che gli permettesse di compiere uno di quei colpi gobbi che generalmente non vengono in mente nemmeno alle più astute menti criminali! Avrebbe sicuramente preso due piccioni con una fava, se Ignazio non si fosse intromesso così repentinamente.
Certo, lui questo non lo poteva prevedere, visto che non aveva le doti di chiromanzia gitana tipiche delle vecchie zingare che ti leggono la mano alle fiere di paese. Ma soprattutto, perchè mai avrebbe dovuto possedere doti di tale portata, visto che faceva il garzone di bottega invece che la vecchia zingara di carovana vagolante di città in città con il baraccone gitano?
Quando atterrò dunque faccia a terra di fronte a Mircuzia, non fu certo un caso pensare che l’avesse fatto apposta. Ovviamente qui i più maliziosi potrebbero già interpretare i segnali della sorte e pensare che se una cosa volge verso l’orizzonte al tramonto, si ha ben poco da sperare perchè un domani possa pensare di rincasare più tardi dopo cena.
Ma noi di questo non ce ne preoccuperemo, in quanto elemento di disturbo che andrebbe a distogliere l’attenzione del lettore dalla trama principale.
Ora, tornando al coniglio che grattava il fondo della tana, possiamo sicuramente dire che la coda pomponica pallottolosa con cui si dilettano questi simpatici e buffi mangiacarote, non è certo lo strumento più adatto per afferrare ghiande sotto il sole di mezzanotte. Ripetutamente perplessa, la scimmia adultera, spiccò dunque un balzo dalla testa dell’ariete per cavare un occhio al malcapitato individuo e sentirlo urlare di dolore mentre tutti i denti gli saltavano dalla bocca!
“Orrore! Orrore!” gridava la folla inferocita. E in men che non si dica, venne preso e impiccato in pubblica piazza.
Pensate cosa esclamò Gesualdo quando vide gli stivali pieni di guano…
E così la morale rimane sempre una di quelle vecchie morali di una volta, lontane dal buon costume comune ma che dovrebbe insegnarci ad apprezzare meglio la vita prima che come uno sbuffo di vento potentissimo frantumi la finestra.

Augh.

1 Commento/i

  1. Ma poi, hai ancora il cubo di rubik in vetrina? Non ti vedo ma ti leggo, sai? :)


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